venerdì 21 febbraio 2020

Quando mi prende la paura del domani






Mi appoggio al corrimano
casomai cadessi, sgomento del cielo
azzurro e vuoto, ubriaco di vento
e parole che affollano la mente.

Mi appoggio al corrimano
inseguo un viso che passa
residuo di un sogno svanito
all'alba, e mi prende il dolore
il rancore di figlio, di padre...
                                                  Padre
che ridi delle mie paure
forse le tue, di ieri.
                                                  Figlio
che ridi delle mie parole,
sempre uguali, sempre le stesse.

Mi appoggio, casomai cadessi, nel vuoto
spinto dal vento, spento infine,
eroso come foglia, come sacco,
                                                   come niente.

mercoledì 12 febbraio 2020

Quando, quando





1. Quando la morte ti passa accanto

Quando la morte ti passa accanto, no, non la morte, la sua idea, e ti senti d'improvviso vecchio, con il senso della fine che ti accompagna, l'aldilà, il nulla, il bene e il male, mentre muori e lo sguardo è commosso ma nessuno si accorge di te...


2. Quando il corpo più non ti appartiene

Quando il corpo più non ti appartiene
è di un altro che gioca con te,
il corpo martoriato
il corpo abusato
il corpo piagato
il corpo deturpato
il corpo il corpo
che non risponde più al tuo cervello
che non riconosci più allo specchio
che lasci deperire
                               decadere
                                               crollare
quando il corpo più non ti appartiene
perché è un altro che lo usa
che non sei tu
è un marito
                    un amante
                                       un aguzzino
o sei solo tu, quell'altro tu
che non riconosci nello specchio
che lo usa al tuo posto
quel corpo ucciso
quel corpo inciso
quel corpo spezzato
quel corpo infranto
che abbandoni ai margini
che non controlli più
che sottometti alla violenza
di cui non ti curi
quando il corpo più non ti appartiene...


3. Quando arriva l'estate

Animali morti sulle strade d'agosto
maciullati sulla carreggiata
abbandonati ai margini di un prato
è un gatto scosso da brividi
- la testa sfatta, il corpo si muove
ancora alla ricerca di vita -,
è la volpe distesa sulla strada
abbagliata da fari indifferenti,
è il rospo schiacciato dalla ruota,
è il riccio senza più difese
è il corvo, ultimo a volare.


4. Quando?

Mi sfugge sempre l'ultima parola, quella fondante che risolve il mondo, quella trovata e poi perduta tra i mille pensieri dei figli, della spesa, del gioco, della vita. era qui, la tenevo ancora un attimo, poi l'ho smarrita, altro incombe, altro urge, il tempo che passa.


venerdì 31 gennaio 2020

Teatro 2019






1. Ho incominciato a frequentare il teatro durante il periodo universitario a Napoli, prima per ragioni di studio, per l'esame di Storia del teatro e dello spettacolo, e poi per passione. Il teatro era il luogo di un rito laico, di un incontro con le parole e con i corpi non più solo immaginati nella lettura dei romanzi, ma vivi, veri. La passione conduceva ad esperimenti con gli amici, in quello che era il CUT (centro universitario teatrale) "La nave dei folli" e in seguito con gli amici di sempre a fare teatro con i ragazzi nelle scuole e tra di noi. Era la vita portata in scena, le passioni, il dolore, le paure e le gioie. Furono anche i tempi del lavoro al Nuovo di Napoli con Angelo Montella prima che la vita mi conducesse altrove. Ho continuato, per qualche tempo, a fare teatro, con i ragazzi nelle scuole, convinto del suo valore educativo, della sua forza, prima di rinchiudermi nella casa totem, rifluito nel privato, nella lettura silenziosa della poesia, nei pensieri solitari. Ho ripreso a seguirlo con il Città delle cento scale festival, ritrovando quella dimensione comunitaria e quella passione dimenticata. Non tutto quello che vedo mi affascina, ma ci sono spettacoli che meritano una meditazione più approfondita, un applauso convinto. Tra questi certamente Otello circus di Antonio Viganò. La scena è un circo scalcagnato (pubblico su panche sulla scena a ricreare l'ambiente circolare del circo) in cui il proprietario, Otello, è costretto a perpetuare, sera dopo sera, il suo efferato delitto. Senza più parole ripete i gesti di folle gelosia senza riuscire a dominarsi. Desdemona è l'equilibrista, piena di vita e di desiderio, come solo i bambini sanno esserlo, vittima sacrificale degli intrighi, delle violenze e della gelosia dei maschi. Cassio è il direttore, acrobata vanesio attento solo a se stesso. Jago, lanciatore di coltelli e domatore, è preda della sua folle violenza e della sua diversa gelosia. E' il teatro allo stato puro, quello dei sentimenti messi in scena senza artifici, nudi nel loro candore e nella loro brutalità che il corpo vivo degli attori trasmette coi gesti semplici di una carezza, una spinta, una corsa frenetica. Tutto accompagnato dalla musica potente di Verdi che esalta i caratteri, accompagna i gesti, chiude nel suo dolore, oramai irredimibile, del muto Otello.


2. Ci sono autori, ci sono libri, letti nell'adolescenza, rimasti per sempre con me, dentro di me. Perché quei libri parlavano di come ero, dicevano la mia vita, il mio sangue, toccavano il lago oscuro del profondo, l'amore e il dolore, e quella inconsapevolezza di chi si sente fremere ma non sa ancora bene per cosa. Uno di questi libri, quello che ho più amato, è stato, è Dialoghi con Leucò di Pavese. Dentro c'era tutto: il mito, il sesso, l'orrore, la morte, la ferinità umana, il divino spaventoso. Trovavo in quei dialoghi quel magma indistinto che sentivo dentro di me, la selva del cuore. Ecco: forse sono andato con tutto questo mondo interiore a vedere i Dialoghi con Leucò messi in scena da Silvia Costa, con l'emozione del ragazzo che ritrova se stesso e la passione intatta per quel mondo, ma non mi sono riconosciuto. Le parole erano le stesse, eppure diverse. Certo, l'acustica (troppo basso il parlottio delle attrici), certo i movimenti di scena che volevano dare vita a quel mondo, Il Mistero, La Belva, L'Uomo-Lupo, Il Diluvio, ma io non vi ho ritrovato la purezza delle mie letture, la speranza, il terrore, l'incontro. A casa, la sera, ho ripreso in mano il libro e mi sono riconciliato con l'autore e con il me ragazzo stuporoso e dolente.


3. Sovraccarichi di informazioni, stimoli, notizie perdiamo la capacità di concentrarci. L'iperconnessione a cui siamo sottoposti ha cambiato il nostro modo di relazionarci con le cose, facendoci smarrire lo stesso pensiero critico. E se saper pensare significa sapere a cosa dare attenzione, il nostro tempo non sa più pensare perché non sa più prestare attenzione alle cose.
Tutto questo è Overload e molto altro. I cinque ragazzi sulla scena danno vita ad uno spettacolo divertente e profondo, in cui comico e amaro si mescolano lasciando gli spettatori (sempre chiamati in causa durante l'azione scenica) dubbiosi su loro stessi e sul loro personale controllo dell'attenzione.
Figli dell'epoca del rumore totale, del dominio dei media, della iperconnessione, ridiamo delle continue interruzioni al Discorso sull'acqua di Foster Wallace da cui ha inizio lo spettacolo, interruzioni che sono il modo con cui noi oggi viviamo i rapporti e la mutazione antropologica in cui tutto è confuso in un mormorio indistinto, rumore di fondo in cui si perdono le parole,

giovedì 15 agosto 2019

Ripete lento sempre uguale



Ripete lento sempre uguale
mare mare e lei seduta nel verde
ascoltava senza guardare mare mare
come in attesa, di cosa poi,
l'odore del cibo dalla cucina buia,
le mani invecchiate di nonna,
le rughe solcavano il viso come onde,
mare mare, forse del vento che no,
non arrivava, l'aria era immobile,
solo a tratti un suono lontano
mare mare, il cibo portato sulla tavola
di pietra, il pozzo, le mura, scalavo
alberi, angoli, l'adolescenza, vertigini
del nuovo, di ciò che aspettavo, anelavo
la voce di qualcuno, che gridava
mare mare, parole senza senso
sulla vita che fuggiva, dagli occhi,
cosa ancora, cosa se non il mare
e un gabbiano che stride...

13 luglio 2019

mercoledì 22 maggio 2019

Lo squarcio



È il vento che apre visioni
di cieli tersi, verdi colline
oltre quel davanzale e parole
che non sai più dire.

E ci provi, ci provi testardo
nelle pagine di diari che butterai,
tra le lacrime di un dialogo smarrito
di figli e moglie che non sanno,
non sanno di questo squarcio,
del vuoto che si apre alla caduta,
del vento che non sorregge, più.

La casa-tana ti accoglie più dentro,
ancora di più, nel cuore della terra,
giù, fino in fondo...

* * *

Nel cuore della terra
il giardino, tra la pioggia
spostando le pietre a far ordine
- squadrare l'aiuola, tagliare
un ramo, strappare radici -
senza crederci più, senza più
voglia, aspettando che smetta
quest'acqua che scende sul collo
negli occhi, e t'intride le gambe
la schiena la pelle. E neppure
la parola, questa parola che ancora
ripeti testardo ti salva: il cambiamento
non cambierà i tuoi giorni...

* * *

martedì 19 dicembre 2017

La città non rispose



Quando si chiude è sempre una sconfitta. 
Me lo ripeto mentre assisto impotente alla chiusura del CSOA Anzacresa, il centro sociale occupato autogestito sorto nella palestra del Coni a Montereale e che in breve era diventato un punto di riferimento per tante attività, culturali, musicali e sociali. Illegale? Certamente, però capita spesso che alcune azioni nate dal basso siano da un punto di vista giuridico illegali ma assolutamente necessarie. Necessarie per ridare vita ad un luogo abbandonato, per far rinascere un quartiere, per suggerire azioni utili per tutta la comunità cittadina. In questi mesi l'Anzacresa ha dato vita ad una serie di attività belle e stimolanti, ha posto all'attenzione della comunità l'abbandono di uno spazio che è stato importante per la nostra città (il palazzetto del Coni) ridandogli vita. La chiusura è segno di sconfitta per tutti noi che non siamo stati capaci di comprendere il messaggio di quei ragazzi, di tutti noi che abbiamo detto "sì però hanno occupato illegalmente", di tutti noi che li abbiamo lasciati ad occuparsi di problemi che sono della città e che la città dovrebbe affrontare e risolvere. Ma la città non risponde, alla domanda di senso di questa gioventù, si gira dall'altra parte. Eppure anche i PAZ (di cui mi onoro di essere socio fondatore) hanno iniziato illegalmente: non hanno chiesto il permesso di occuparsi del bene pubblico, hanno visto un degrado ed hanno cercato di operare per eliminarlo, per prendersi cura di ciò che ci appartiene. Così anche loro.
E intanto Montereale è abbandonata. I lavori sul ponte vanno a rilento. Le uniche scale di collegamento tra via Viggiani e via della Pineta (la strada più breve rimasta dalla chiusura del ponte per arrivare a Montereale se non si vuole fare il lungo giro da corso Umberto I, piazza XVIII agosto e via Vaccaro) sono state chiuse per una perdita di acqua fognaria che prosegue da più di un anno. Non si pone mano alla situazione, non si risolvono i problemi, ma lì dove sorgono si chiude, aspettando chissà quale intervento. 
La chiusura è una sconfitta.

domenica 15 ottobre 2017

Quando Medea è per strada



C'è un pulmino con sette persone a bordo ed un autista. Non sanno cosa aspettarsi quando si parte. Poi sale lei, vestita di nero, con spiccato accento straniero, ed inizia il viaggio. Un viaggio nel nostro presente quotidiano e nel passato dei paesi dell'est europeo. Le parole del passato sono Bucarest, Ceausescu, il paesino dove rifugiarsi dal pericolo della violenza di regime (perché il padre, maestro, vuole essere libero di dire ciò che pensa), le canzoni patriottiche e quelle d'amore.
E poi c'è il racconto del secondo viaggio, quello della speranza, della vita che dovrebbe ricominciare in Italia, ed invece è un percorso verso gli orrori, gli orrori della schiavitù del sesso, di un debito che non si smetterà mai di pagare, dei clienti, di un pappone che forse è diverso "perché mi vuole bene", dei figli, del marciapiede, del sesso a pagamento. È ciò che noi vediamo lungo le nostre periferie o forse solo ciò che c'è ma non vediamo più perché ci siamo abituati, è paesaggio quotidiano e non ci facciamo più caso. Quelle donne lungo la strada sono come un albero, una casa, un cane, una foglia caduta, un rottame abbandonato. Ed il racconto prosegue e si unisce al mito: il "fidanzato" che non la vuole più perché desidera una vita normale; la vendetta della Medea moderna che uccide i figli e la fidanzata italiana; la fuga. Ma questo è altro: ciò che resta è quella folla di donne, di ragazze, di bambine ai margini delle nostre strade che vedono passare la vita; quel che resta è il nostro occidente opulento che tutto usa, anche l'amore, anche la vita degli altri, oggetti abusati e messi in vendita sul mercato del mondo.

Medea intanto fugge e come prima si era svestita (pantaloni, collant, 5, 6, 7 mutandine, una per ogni cliente, come i preservativi, tutto contato e numerato per non impazzire), ora si riveste con una tuta, si strucca, si toglie la parrucca. È una qualunque ragazza che incontri per la via e a cui non fai caso.
Medea scende. E tu rimani là con le tue domande, e con la certezza di far parte, sì, anche tu, anche se non direttamente, di questo grande mercato del sesso, con la tua vita, con lo sguardo sempre rivolto ad altro.

(Visto a Potenza l'11 ottobre 2017 nell'ambito del Festival Città delle 100 scale. Produzione Teatro dei Borgia. Con Elena Cotugno)